‘Ndrangheta, le mani dei boss sui rifiuti dell’Ilva: “Abbiamo preso lo smaltimento del…

‘Ndrangheta, le mani dei boss sui rifiuti dell’Ilva: “Abbiamo preso lo smaltimento del…

Le conversazioni sono contenute nel fascicolo dell’indagine Stige, che martedì ha portato all’arresto di 170 persone ritenute affiliate o contigue alle cosche calabresi. Secondo il gip, un imprenditore “a disposizione” dei clan aveva vinto un appalto per lo smaltimento “di scarti industriali e rifiuti tossici” provenienti dal siderurgico e il materiale “sarebbe stato poi scaricato in territorio calabrese”

“Stanno facendo lo smaltimento dell’Ilva (…) a Taranto e abbiamo preso tutto il trasporto del limo, del materiale… con i camion e deve venire qua questo materiale, ci sono dieci, dodici viaggi al giorno“. Ci sono due intercettazioni in cui il boss Francesco Tallarico, componente del direttorio della cosca Farao-Mariconcola e responsabile del locale di Casabona, tira in ballo i rifiuti tossici e gli scarti industriali dello stabilimento siderurgico pugliese arrivati in Calabria grazie a un’impresa vicina al clan. Le conversazioni sono state ascoltate dai carabinieri del Ros e inserite nel fascicolo dell’indagine Stige, che martedì ha portato all’arresto di 170 persone ritenute affiliate o contigue alla ‘ndrangheta.

Saranno le indagini del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e degli altri sostituti procuratori della Dda a verificare se i rifiuti speciali dell’Ilva di Taranto siano finiti in Calabria grazie a un imprenditore arrestato nell’inchiesta perché ritenuto vicino ai clan del crotonese. Quello che è certo al momento è che di rifiuti dell’Ilva parlavano, i capi delle cosche. In particolare, gli investigatori sono riusciti a registrare una conversazione in cui Tallarico dialoga con un altro boss, Giovanni Trapasso. I due discutono dell’imprenditore Giuseppe Clarà e di un appalto al quale quest’ultimo aveva partecipato.

Nel descrivere l’imprenditore, Tallarico ha ricordato le intimidazioni subìte da Clarà: “Tre o quattro anni fa tutti quei camion bruciati”. Avvertimenti che alle cosche del luogo sono ritornati utili perché da quel momento – è scritto nell’ordinanza – Clarà “era divenuto un imprenditore a disposizione delle loro organizzazioni criminali”. Lo dice lo stesso Talarico: “È normale, no, con noi… dove è andato andato in tutti questi paesi, quello che gli ho detto ha fatto non ha mai sgarrato una volta”. Ed è proprio il profilo di Clarà tracciato dai due boss che spinge gli investigatori a ritenere il seguito della conversazione “un’importante rivelazione” sulla quale sono stati disposti degli accertamenti.

Tallarico, infatti, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – “sosteneva che, attraverso una delle imprese di Clarà Giuseppe, si era accaparrato alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’Ilva di Taranto, avendo la possibilità di effettuare circa dieci o dodici viaggi giornalieri, con il materiale che sarebbe stato poi scaricato in territorio calabrese”. Un lavoro per il quale Clarà doveva chiedere il “permesso” a Giuseppe Sestito.

Quest’ultimo, conosciuto da tutti come “compare Pino”, è il responsabile locale di Cirò Superiore e questo potrebbe far pensare che i rifiuti dell’Ilva siano arrivati, o quantomeno transitati, dal territorio in cui opera la cosca dei “cirotani”. Non si spiegherebbe altrimenti il perché l’imprenditore Clarà avesse bisogno del “placet di compare Pino” e dell’intermediazione del boss di Casabona per un affare in cui le cosche di Cirò non fossero coinvolte. “Noi – sono le parole di Tallarico – abbiamo preso, stanno facendo lo smaltimento dell’Ilva … omissis… a Taranto e abbiamo preso tutto il trasporto del limo, del materiale… con i camion e deve venire qua questo materiale, ci sono dieci, dodici viaggi al giorno e ho chiamato a lui l’ho fatto parlare pure con il compare Pino …”.

L’affare dei rifiuti dell’Ilva spunta anche in un’altra intercettazione in cui, sempre Francesco Tallarico parla con un uomo non identificato e si lamenta delle continue raccomandazioni di suo padre Carlo Mario Tallarico che lo invitava a stare attento: “Poi mi rompe i coglioni che non devo parlare né con quello e né con quell’altro ….. ‘gli altri sono tutti in galera e tu ancora stai girando’ … ho capito che sono tutti in galera e io sto girando …. però che ti fai un anno di galera o due anni o cinque anni che cazzo te ne frega”. Il carcere è un rischio che il boss ha messo in conto e la conversazione si conclude con il riferimento alla “possibilità di gestire – scrive il gip nell’ordinanza – un non meglio precisato lavoro presso lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto”. “Ora lo sai che ti dice: – racconta Talarico al suo interlocutore – ‘‘Ilva a Taranto te la intesto a te”.

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