I morti di Livorno sono colpa nostra, ma continuiamo a fare finta di niente

I morti di Livorno sono colpa nostra, ma continuiamo a fare finta di niente

La sorte, la natura, la cattiva gestione dell’emergenza: palle. Siamo un Paese che si è costruito il suo rischio sismico e idrogeologico con le proprie mani. E ogni volta che ne paga il prezzo, fa finta di non accorgersene

di Francesco Cancellato per L’Inchiesta.it

Stiamo alla larga dal fatalismo o della lapidazione del capro espiatorio di turno, per cortesia. Perché ogni volta è colpa della perturbazione eccezionale, della bomba d’acqua, dell’allarme meteo inascoltato, del cittadino incosciente o dell’amministratore di turno, l’ultimo della fila, che si trova qui e ora a gestire l’emergenza.

Palle. Che l’Italia sia un Paese a rischio frane e alluvioni, soprattutto sul versante tirrenico, con i suoi versanti scoscesi e le perturbazioni che arrivano da ovest, senza lo schermo degli appennini, è cosa nota da almeno qualche secolo. I quattromila e passa morti in cinquant’anni a causa di inondazioni e frane, cui si sono aggiunti in queste ore, i sette sfortunati di Livorno, non sono vittime della natura, o del fato, o della cattiva gestione dell’emergenza, bensì della nostra endemica e patologica incoscienza.

Non è stata la fatalità, bensì un fiume interrato – “tombato” in gergo tecnico – il Rio Ardenza, a intrappolare e uccidere una famiglia chiusa in un seminterrato. Uno dei tanti, tantissimi fiumi interrati che scorrono sotto le nostre città, cementati nel nostro sottosuolo, che hanno impermeabilizzato il suolo e reso le nostre città delle trappole per alluvioni. Per dire: Genova è costruita su cinque fiumi (cinque!) e i suoi abitanti hanno imparato a loro spese cosa vuol dire viverci sopra, ogni volta che piove. Ma tra le città col suolo più impermeabile – talmente cementato che non è in grado di assorbire le piogge – troviamo Napoli, Milano, Torino, Monza, Brescia, Padova. Se chi ci vive non ha ancora avuto da raccontare disastri come quello di Livorno, è semplicemente per merito della sorte.

I quattromila e passa morti in cinquant’anni a causa di inondazioni e frane, cui si sono aggiunti in queste ore, i sette sfortunati di Livorno, non sono vittime della natura, o del fato, o della cattiva gestione dell’emergenza, bensì della nostra endemica e patologica incoscienza

Ai fiumi tombati, o deviati dal loro corso naturale come il Rio Maggiore, altro corso d’acqua esondato nella terribile giornata di ieri, vanno aggiunte le case costruite nel posto sbagliato: “Quando in un luogo ci sono le abitazioni sott’acqua, nel posto sbagliato ci sono sempre le case, non il fiume”, scrive il geologo Mario Tozzi su La Stampa e ha ragione da vendere. In Italia si costruisce troppo: nel nostro Paese la percentuale di suolo antropizzato è pari al 7%, contro una media europea del 4,6%.

Quasi la metà di quel territorio è stata strappata alla natura tra il 1991 e oggi, periodo in cui la popolazione residente non è esattamente raddoppiata. Detta in poche parole: si è costruito per costruire. E molto spesso si è costruito male, dove non si doveva. Tanto per fare un esempio, in Italia ci sono più di seimila edifici scolastici, uno ogni dieci, costruiti su aree a forte rischio idrogeologico. Dobbiamo sperare che le esondazioni e le alluvioni capitino sempre di domenica?

Ai fiumi tombati e all’antropizzazione selvaggia – non bastasse – si aggiunge pure l’abusivismo edilizio. Non è il caso di Livorno, chiariamolo subito. Ma in Italia, oggi, è abusiva una casa ogni cinque, venti ogni cento. Nel 2004 erano circa 12 ogni 100. Al sud il tasso di abusivismo è pari a circa il 40% di tutto il patrimonio abitativo. In molti casi sono edifici costruiti senza alcuna autorizzazione, dove non si dovrebbe: coste, letti dei fiumi, pendii montuosi dove non si dovrebbero nemmeno piantare i picchetti di una tenda da campeggio. I risultati, dal Sarno a Messina, sono la cronaca degli ultimi anni. i tre condoni tombali in vent’anni pure. Il giustificazionismo delle forze politiche, di ogni colore e sorta, pure. Avanti così.

Il risultato, paradossale, è che nel Paese dell’emergenza continua, il rischio sismico e quello idrogeologico siano sempre, costantemente percepiti, come fatalità e non come un destino che ci siamo costruiti da soli. E che alimentiamo ogni volta che dimentichiamo di occuparcene. Dopo un terremoto o un’esondazione, certo. Ma anche dopo ogni volta che, votando chi non se ne occupa, decidiamo che la cura del nostro territorio non debba essere in cima all’agenda politica. Andrà così anche questa volta, statene certi.

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